martedì, giugno 20, 2006
Forse sto tornando.
O meglio... sta tornando, quella roba che fa vomitare fiumi di vocali&consonanti qua dentro.
Ascoltate rocket Fron The Tombs, che vi fottono l'animella con quel Clevo sound anni '70.
O meglio... sta tornando, quella roba che fa vomitare fiumi di vocali&consonanti qua dentro.
Ascoltate rocket Fron The Tombs, che vi fottono l'animella con quel Clevo sound anni '70.
lunedì, luglio 19, 2004
NUOVA EDITORIA MUSICALE, PESSIMISMO E FASTIDIO, DISCHI CHE MAI AVREI PONZATO DI ASCOLTARE
A volte faccio delle cazzate piccoline che però, data la mole di cazzate abnormi che abitualmente mi diletto nel perpetrare, aggiungono la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso.
Esempio: vorrei sapere quale oscura e demenziale forza mi ha spinto, un pomeriggio della settimana passata, a buttare cinque Euro e fischia in edicola, per l’acquisto di:
- n. 1 copia di Rolling Stone
- n. 1 copia di Punkster Magazine
Rolling Stone mi era già noto, avendo ceduto alla tentazione di comprarne il numero uno quando uscì. Sapevo che era come chiedere Panorama e Max, in poche parole. Una rivista di quelle da cesso, da cagata rilassata, se vogliamo. Tra una pubblicità insensata e una modella col culo bello tondo, magari leggi anche il nome dei White Stripes o dei Black Rebel Motorcycle Club... in questo numero poi c’era uno special sul sesto membro degli Stones che non era poi così orribile.
Diciamo che, pur essendo la qualità della rivista a livello di Ciao 2001, il rapporto numero pagine-prezzo è decisamente buono. E poi una rivista da cesso ogni due-tre mesi bisogna pur comprarla, altrimenti io mi rompo le palle a leggere per un anno la solita roba mentre evacuo.
I problemi più grossi sono iniziati quando ho aperto Punkster Magazine (numero due, per la cronaca). A parte che costa la bellezza di tre Euro e cinquanta. In pratica, per i residuati da reparto geriatria come me, sarebbe come spendere 7.000 Lire per un giornale di musica. Dio cane, per settemila Lire pochissimi anni fa mi compravo Maximum R’n’R e per pochi biglietti da mille in più Hit List. Ora con sette carte da mille invece mi trovo in mano Punkster...sessantasei paginette con grafica minimale che ricorda i numeri più sfigati dei vecchi Blast e Dynamo. Insomma, già andiamo male. Però sarei disposto a perdonare questo prezzo piuttosto inquietante se i contenuti mi attizzassero... per dio, non è che non sono a conoscenza delle difficoltà e dei costi che una rivista deve affrontare, soprattutto se non ha tirature galattiche.
Leggo.
Avete presente quando vi bagnate con l’alcool denaturato, che sentite quella strana sensazione di umido, ma poi evapora subito e invece siete asciutti? Ecco, leggere questo giornale è così. Prima di avere finito vi è già evaporato tutto dal cervello.
Sarà che ormai sono troppo vecchio per interessarmi al milionesimo articolo sui Bad Religion o per avere un grammo di voglia di leggere live report di band italiane che ben conosco e – perdonatemi – mi fanno cagare.
Mi spiace dirlo, perché alcune persone che ci scrivono le conosco anche e so che sono tutt’altro che incompetenti (Jessy, Frazzi, Manwell, il Ghioldi...). Eppure sembra di leggere una fanzine mediocre. E, diciamo la verità: a una fanzine certe cose si perdonano anche. Ma a un giornale con copertina patinata e che viene venduto a tre Euro e mezzo... no.
Non credo sia proprio colpa di chi ci scrive se Punkster è immondo... diciamo che forse è proprio il settore di cui si occupa che è invaso da sterco e pescare le perle in bilioni di trilioni di litri di merda è impresa ben ardua. E forse un po’ più di stronzaggine e coraggio a livello di linea editoriale non guasterebbero.
Ad ogni modo, credo di potere affermare che non lo comprerò più. Aridatece Bassa Fedeltà, Dynamo e il primo Rumore... e con i tre-virgola-cinquanta Euro mi prendo un bell’aperitivo da Mario, al fresco del pergolato, con gli amici e il troione polacco coi pantaloni di pelle che mi porta i salatini.
In queste giornate di estate, anche se non terrificanti e afose come in passato, la mia voglia di socialità è a minimi storici. Da quando ho l’adsl mi nutro di musica quelle dodici-quindici ore al giorno, grazie a quel miracolo che è Soulseek. Ho scaricato dischi che non conoscevo, ho provato gruppi che avevo sempre snobbato, ho scoperto un sacco di musica. E questo porterà a un salasso per le mie tasche, perché poi non è che se un disco mi piace mi posso accontentare del CD-r masterizzato. Col cazzo.
Il CD-r è come la coca Cola senza caffeina. E’ come la birra analcolica. E’ come la bambola gonfiabile.
Per cui ora dovrò cercarmi City Kids, Tank, Big Boys, Blue Oyster Cult, Thin Lizzy, Afghan Whigs, Brian Jonestown Massacre, John Felice & The Lowdowns, Visitors, Trust, Colour Me Psycho, Diamond Head, Witchfinder General, Skiantos, Judas Priest... tutta roba che – mea culpa – per vari motivi (non ultimo la stronzaggine) non avevo mai considerato o conosciuto.
E’ anche vero che ultimamente sono in un periodo di eresia musicale. Il garage sixties mi ha stufato, il new garage idem. L’unico rock’n’roll che riesco a sentire è quello degli Stones più tamarri (per intenderci sono capace di sentire in loop “Citadel”, “Jumping Jack flash”, “Brown sugar”, “Rocks off”, “Start me up” per tre ore)... e poi ho bisogno di casino. Musica che mi rimescola il cervello. Sapete, mi sono trovato ad ascoltare per tre giorni, e con una certa assiduità, “Season of the abyss” degli Slayer. Un disco che a vent’anni snobbai perché a me “di quella roba metallara non me ne fotte un cazzo”.
Bravo. Bis.
Quattordici anni dopo me lo trovo sul piatto e ci sbarello. Al primo ascolto ho cercato un alibi: sapete, quando si deve scrivere di morti, ammazzamenti e torture ascoltare i Real Kids non aiuta particolarmente. Perciò mi sono detto: “gli Slayer calzano a pennello” e ho iniziato a tirare fuori “Reign in blood”. Da lì è stato un crescendo. “South of heaven” e poi “Season of the abyss”. E ho scritto. Magari cazzate, ma almeno ho fatto il mio lavoro. E mentre mi dimenavo in contorsioni di fantasia per inventare qualche tortura che non facesse ridere mi accorgevo che cazzo-cazzo-cazzo questi Slayer mi stavano ri-piacendo un casino. E così il mio alibi è crollato. Altro che dischi strumentali al processo creativo... a me ‘sta ignoranza qua piace proprio.
Angel of death.
In tutto questo la mia mente insensata ha trovato anche posto per i Taxi Boys, i City Kids e quel miracolo di rock australiano che furono i Visitors.
Vedo i vostri sguardi confusi. Pensate un po’ a come lo è la mia testa... e mettetevi il cuore in pace.
Note finali:
* è morto Arthur Kane. Che annata di merda
* la mia Gibson Les Paul Studio è sempre dal dottore che, diocane, sta tardando a darsi da fare. Tempo di napalm?
* i Mother Morphine, il gruppo in cui suono, hanno gloriosamente acquisito un maestro suonatore di Farfisa. Se già prima ero confuso sul genere che suonavamo, ora proprio non ci capisco più nulla... Radio Birdman + Ac\Dc + 13th Floor Elevators + Primevals + Stooges + Blue Oyster Cult? Ma che ne so... alla fine, it’s only rock’n’roll, cazzoni...
A volte faccio delle cazzate piccoline che però, data la mole di cazzate abnormi che abitualmente mi diletto nel perpetrare, aggiungono la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso.
Esempio: vorrei sapere quale oscura e demenziale forza mi ha spinto, un pomeriggio della settimana passata, a buttare cinque Euro e fischia in edicola, per l’acquisto di:
- n. 1 copia di Rolling Stone
- n. 1 copia di Punkster Magazine
Rolling Stone mi era già noto, avendo ceduto alla tentazione di comprarne il numero uno quando uscì. Sapevo che era come chiedere Panorama e Max, in poche parole. Una rivista di quelle da cesso, da cagata rilassata, se vogliamo. Tra una pubblicità insensata e una modella col culo bello tondo, magari leggi anche il nome dei White Stripes o dei Black Rebel Motorcycle Club... in questo numero poi c’era uno special sul sesto membro degli Stones che non era poi così orribile.
Diciamo che, pur essendo la qualità della rivista a livello di Ciao 2001, il rapporto numero pagine-prezzo è decisamente buono. E poi una rivista da cesso ogni due-tre mesi bisogna pur comprarla, altrimenti io mi rompo le palle a leggere per un anno la solita roba mentre evacuo.
I problemi più grossi sono iniziati quando ho aperto Punkster Magazine (numero due, per la cronaca). A parte che costa la bellezza di tre Euro e cinquanta. In pratica, per i residuati da reparto geriatria come me, sarebbe come spendere 7.000 Lire per un giornale di musica. Dio cane, per settemila Lire pochissimi anni fa mi compravo Maximum R’n’R e per pochi biglietti da mille in più Hit List. Ora con sette carte da mille invece mi trovo in mano Punkster...sessantasei paginette con grafica minimale che ricorda i numeri più sfigati dei vecchi Blast e Dynamo. Insomma, già andiamo male. Però sarei disposto a perdonare questo prezzo piuttosto inquietante se i contenuti mi attizzassero... per dio, non è che non sono a conoscenza delle difficoltà e dei costi che una rivista deve affrontare, soprattutto se non ha tirature galattiche.
Leggo.
Avete presente quando vi bagnate con l’alcool denaturato, che sentite quella strana sensazione di umido, ma poi evapora subito e invece siete asciutti? Ecco, leggere questo giornale è così. Prima di avere finito vi è già evaporato tutto dal cervello.
Sarà che ormai sono troppo vecchio per interessarmi al milionesimo articolo sui Bad Religion o per avere un grammo di voglia di leggere live report di band italiane che ben conosco e – perdonatemi – mi fanno cagare.
Mi spiace dirlo, perché alcune persone che ci scrivono le conosco anche e so che sono tutt’altro che incompetenti (Jessy, Frazzi, Manwell, il Ghioldi...). Eppure sembra di leggere una fanzine mediocre. E, diciamo la verità: a una fanzine certe cose si perdonano anche. Ma a un giornale con copertina patinata e che viene venduto a tre Euro e mezzo... no.
Non credo sia proprio colpa di chi ci scrive se Punkster è immondo... diciamo che forse è proprio il settore di cui si occupa che è invaso da sterco e pescare le perle in bilioni di trilioni di litri di merda è impresa ben ardua. E forse un po’ più di stronzaggine e coraggio a livello di linea editoriale non guasterebbero.
Ad ogni modo, credo di potere affermare che non lo comprerò più. Aridatece Bassa Fedeltà, Dynamo e il primo Rumore... e con i tre-virgola-cinquanta Euro mi prendo un bell’aperitivo da Mario, al fresco del pergolato, con gli amici e il troione polacco coi pantaloni di pelle che mi porta i salatini.
In queste giornate di estate, anche se non terrificanti e afose come in passato, la mia voglia di socialità è a minimi storici. Da quando ho l’adsl mi nutro di musica quelle dodici-quindici ore al giorno, grazie a quel miracolo che è Soulseek. Ho scaricato dischi che non conoscevo, ho provato gruppi che avevo sempre snobbato, ho scoperto un sacco di musica. E questo porterà a un salasso per le mie tasche, perché poi non è che se un disco mi piace mi posso accontentare del CD-r masterizzato. Col cazzo.
Il CD-r è come la coca Cola senza caffeina. E’ come la birra analcolica. E’ come la bambola gonfiabile.
Per cui ora dovrò cercarmi City Kids, Tank, Big Boys, Blue Oyster Cult, Thin Lizzy, Afghan Whigs, Brian Jonestown Massacre, John Felice & The Lowdowns, Visitors, Trust, Colour Me Psycho, Diamond Head, Witchfinder General, Skiantos, Judas Priest... tutta roba che – mea culpa – per vari motivi (non ultimo la stronzaggine) non avevo mai considerato o conosciuto.
E’ anche vero che ultimamente sono in un periodo di eresia musicale. Il garage sixties mi ha stufato, il new garage idem. L’unico rock’n’roll che riesco a sentire è quello degli Stones più tamarri (per intenderci sono capace di sentire in loop “Citadel”, “Jumping Jack flash”, “Brown sugar”, “Rocks off”, “Start me up” per tre ore)... e poi ho bisogno di casino. Musica che mi rimescola il cervello. Sapete, mi sono trovato ad ascoltare per tre giorni, e con una certa assiduità, “Season of the abyss” degli Slayer. Un disco che a vent’anni snobbai perché a me “di quella roba metallara non me ne fotte un cazzo”.
Bravo. Bis.
Quattordici anni dopo me lo trovo sul piatto e ci sbarello. Al primo ascolto ho cercato un alibi: sapete, quando si deve scrivere di morti, ammazzamenti e torture ascoltare i Real Kids non aiuta particolarmente. Perciò mi sono detto: “gli Slayer calzano a pennello” e ho iniziato a tirare fuori “Reign in blood”. Da lì è stato un crescendo. “South of heaven” e poi “Season of the abyss”. E ho scritto. Magari cazzate, ma almeno ho fatto il mio lavoro. E mentre mi dimenavo in contorsioni di fantasia per inventare qualche tortura che non facesse ridere mi accorgevo che cazzo-cazzo-cazzo questi Slayer mi stavano ri-piacendo un casino. E così il mio alibi è crollato. Altro che dischi strumentali al processo creativo... a me ‘sta ignoranza qua piace proprio.
Angel of death.
In tutto questo la mia mente insensata ha trovato anche posto per i Taxi Boys, i City Kids e quel miracolo di rock australiano che furono i Visitors.
Vedo i vostri sguardi confusi. Pensate un po’ a come lo è la mia testa... e mettetevi il cuore in pace.
Note finali:
* è morto Arthur Kane. Che annata di merda
* la mia Gibson Les Paul Studio è sempre dal dottore che, diocane, sta tardando a darsi da fare. Tempo di napalm?
* i Mother Morphine, il gruppo in cui suono, hanno gloriosamente acquisito un maestro suonatore di Farfisa. Se già prima ero confuso sul genere che suonavamo, ora proprio non ci capisco più nulla... Radio Birdman + Ac\Dc + 13th Floor Elevators + Primevals + Stooges + Blue Oyster Cult? Ma che ne so... alla fine, it’s only rock’n’roll, cazzoni...
giovedì, luglio 01, 2004
GOOD NEWS
Dal boss della Sympathy in persona, contattato per chiedere chiarimenti, mi giunge una notizia quantomeno lieta. In ottobre la sua etichetta ristamperà su CD e LP sia "Miami" che "Las Vegas story", per poi combinarli anche in un cofanetto di CD con booklet e bonus vari.
Godete, stolti.
Dal boss della Sympathy in persona, contattato per chiedere chiarimenti, mi giunge una notizia quantomeno lieta. In ottobre la sua etichetta ristamperà su CD e LP sia "Miami" che "Las Vegas story", per poi combinarli anche in un cofanetto di CD con booklet e bonus vari.
Godete, stolti.
martedì, maggio 18, 2004
MASSAGGIO PROMOZIONALE: RILASSANTE, TONIFICANTE ET SEGNALANTE. OB 8... CHE NON E' UN ASSORBENTE INTERNO, MA ORIENTAL BEAT N.8, LA FANZINE DEL BASETTA
La postina mignon che si aggira per il mio quartiere ogni giorno nelle ore della mattina ha recapitato al sottoscritto una copia di Oriental Beat n.8.
Adesso sarò conciso, un po' come i pubblicitari veri, e vi spiegherò perchè dovreste comprarvela:
- è una delle ultime fanzine punk\r'n'r rimaste
- è una delle poche buone
- il livello di chi ci scrive è buono (non per nulla ci scrivo anche io - modestone!)
- dentro si parla di Ray Daytona & the Googoobombos, Jim Carroll, Manges, Hormonas, motorcity Brags, Dollhouse, Pouty Lips...
- è divertente senza essere idiota
- fa crescere le basette agli uomini
- depila le ascelle alle signorine
Non siate pirla e scrivete al Basetta per averla. costa solo due euro.
La postina mignon che si aggira per il mio quartiere ogni giorno nelle ore della mattina ha recapitato al sottoscritto una copia di Oriental Beat n.8.
Adesso sarò conciso, un po' come i pubblicitari veri, e vi spiegherò perchè dovreste comprarvela:
- è una delle ultime fanzine punk\r'n'r rimaste
- è una delle poche buone
- il livello di chi ci scrive è buono (non per nulla ci scrivo anche io - modestone!)
- dentro si parla di Ray Daytona & the Googoobombos, Jim Carroll, Manges, Hormonas, motorcity Brags, Dollhouse, Pouty Lips...
- è divertente senza essere idiota
- fa crescere le basette agli uomini
- depila le ascelle alle signorine
Non siate pirla e scrivete al Basetta per averla. costa solo due euro.
domenica, maggio 16, 2004
SWEET HOME NAPA HOSPITAL, WHERE THE SKIES ARE SO BLUE


sabato, maggio 15, 2004
WHAT A NOISEFUL WORLD
ovvero: rumori, lettere e tutte le altre cose
E’ passato del tempo dall’ultima volta che ho lasciato un segno da queste parti. In effetti uno non è che ha sempre cose molto inerenti al rock’n’roll da scrivere. Anche perché il rock’n’roll te lo vivi, più di ogni altra cosa, e certi giorni è molto rock’n’roll anche solo uscire di casa con quella certa camicia nera o quel giubbotto sfondato... tutte faccende di cui qua sopra non mi sembrava giusto parlare. Ad ogni modo, passiamo alle cose serie. Buoni dischi e manufatti di vario genere si sono accumulati in questa incasinatissima stanza. Roba che scopa il cervello e mette a 90° l’anima. E quando dico a 90° intendo proprio quello, mica parlo di temperatura. Iniziamo con un gustoso giocattolino rinvenuto nell’usato (anche se uscito da poco) in un negozio di questo letamaio: IGGY POP & THE STOOGES back to the noise (Revenge, 2003, 2CD) ovviamente Bush non diventerà più furbo, Berlusca non creperà all’istante, Bin Laden non verrà sodomizzato a morte da un muflone Iracheno e Fini non verrà rinchiuso in un gulag dopo l’uscita di questo disco... certo: non cambierà di sicuro il mondo. Però a volte – per quanto stupido – sapere che ogni anno o quasi ci sarà un bootleg degli Stooges nuovo ad aspettarti in qualche negozio di dischi è una certezza da coltivare con amorevole dedizione. Diciamo che è ormai un valore da avvicinare a famiglia, amicizia, amore e sterminio. Quindi saluto con la mano sul petto l’ennesimo tassello della discografia dell’Iguana che, anche non presentandoci alcunché di nuovo, scalda sempre un po’ il cuore.
Dopo gli Stooges, vado ancora sul sicuro, dato che vi vorrei segnalare un libro da non trascurare. LEXICON DEVIL di B. Mullen, D. Bolles & A. Parfrey (Feral House, 2002, 294 pg.): qualche gagno pischello si sarà domandato che razza di libro è quello che in un paio dei più recenti video dei Red Hot Chili Peppers viene più volte mostrato. Risposta: è proprio questo. Ossia la biografia di una delle icone del punk americano, nonché uno dei testimonial della seconda ondata del "vivi veloce, sentiti una merda e muori giovane". Per me i Germs sono sempre stati un mezzo enigma. Comprai il loro LP (leggendo il libro scoprirete anche l'inghippo che sta dietro al titolo e saprete finalmente che "(GI)" non è il titolo, ma faceva parte del nome della band, almeno negli intenti iniziali) nel lontano 1985, quando era ormai vecchio di 3 anni: una stampa di quelle italiane, su Expanded Music, senza inserto. Nella mia ignoranza di adolescente riuscii a farmi piacere solo un brano all'epoca; e per un bel po' i Germs, nel mio database mentale, furono "quelli di Richie Dagger's crime". C'era qualcosa che mi sfuggiva in loro: erano contemporaneamente sgangherati e compatti... e quella voce, che tagliava dentro, ma dopo 5 o 6 brani diventava un raglio fastidioso. Ebbene, sì: per anni non sono riuscito ad ascoltare questo disco senza annoiarmi alla fine del lato A. Poi, verso i 20 anni, in pieno trip per le icone autodistruttive e autodistruggenti della storia del punk, rivalutai Darby Crash, in quanto paladino dell'eroina e del mal di vivere. Sul suo conto circolavano leggende tipo: "si è fatto un'overdose e ha scritto sul muro davanti a cui è morto qui giace Darby Crash"... immaginate che razza di impatto potevano avere queste faccende da bohemienne a buon mercato su un ragazzotto di periferia come me. In questo tomo – alla mia veneranda età – ho trovato tutto quello che avrei voluto sapere su Darby. E forse anche un po’ di più... perché quando un icona ti viene sostanzialmente sezionata sotto agli occhi, un po’ perde la sua valenza sacrale. Quello che resta, dopo la lettura di “Lexicon devil”, è un senso appiccicoso di fastidio, un’ombra di cupezza.Per quasi 300 pagine si vivono gli anni ’70 di Los Angeles, fatti di comunità Scientology, scuole alternative, famiglie disgregate, glam rock, punk che nasceva, droga, omosessualità repressa e vita borderline. Non certamente un libro all’insegna dello svago e della spensieratezza. Ma grande.
E poi... e poi un altro calcio in faccia, metaforicamente dispensato dal volume WE GOT THE NEUTRON BOMB, di M. Spitz e B. Mullen (Three Rivers, 2001, 296 pagine), in cui si ripercorre – in puro stile “Please kill me” – la storia della scena punk californiana e losangelena. Classico libro da comodino, da tenere a portata di mano e da cui pescare brani e perle illuminanti nei momenti di necessità… insomma, un po’ tipo “Bibbia”, solo leggermente meno movimentato (qui nessuno manda diluvi universali o piaghe d’Egitto… anche se in molti si crocifiggono e si immolano).
Proseguendo, mi trovo in mano un bootleg che nemmeno sapevo di avere. CRAMPS live at Brixton Academy 25/02/1990 e – anche se per un momento mi maledico perché non è possibile avere dei dischi in casa e non saperlo – mi crogiolo ampiamente nell’ascolto di questo manufatto. Un bel live teso e ben registrato, con gustosi siparietti di Lux interior (cito: “Questo brano lo abbiamo registrato qualche anno fa, da qualche parte, in stato di ubriachezza pesante. Infatti nemmeno mi ricordo di averlo fatto”). Nel 1990 i Cramps non erano certamente all’apice della loro carriera, anzi… diciamo che erano in un periodo piuttosto buio. Eppure dischi come questo testimoniano che il loro cuore di rocker era ben vivo e pulsante. Ascolto, godo e mi viene voglia di prendere la Les Paul in mano.
Siccome non posso ignorare totalmente ciò che esce attualmente (anche se m sembra di riuscirci piuttosto bene e senza sforzo, quando mi ci metto), ecco che mi sono scaricato (in via del tutto cautelativa, onde evitare pacchi da 20-22 Euro) VON BONDIES pawn shoppe heart (Sire, 2004, CD). Titolo spettacoloso, tanto per cominciare. Il gruppo già mi piaceva molto, soprattutto per merito del fulminante “Lack of communication” uscito su Sympathy un paio d’anni orsono... eppure devo dire che questa loro nuova fatica mi convince poco, al momento. Non è un brutto disco, chiariamo. Però, forse, parto già prevenuto per il fatto che a me i CD masterizzati sembrano oggetti senza arte né parte, quindi mi danno il voltastomaco a priori. Se me lo fossi comprato, con la sua copertina, la sua custodia, il suo booklet colorato (ammesso e non concesso che tutto ciò ci sia nella confezione originale: se non ricordo male nella versione LP di “Lack of communication” non c’era una beatissima cippa di mulo) mi avrebbe fatto un effetto differente? Ad ogni modo... questi Von Bondies versione Anno Domini 2004 sono leggermente più radio friendly e un filo meno scuri, anche se hanno degli ottimi momenti di genio maledetto, come nella fantastica “Poison Ivy”(che pare sia dedicata a Jeffrey Lee Pierce e non alla chitarrista di chi sapete voi – e se non lo sapete andatevene immediatamente da qua, per favore), un torrido punk blues alla Gun Club, in cui la voce richiama ampiamente quella dello scomparso Pierce. Da sentire ancora un po’ di volte, per quanto mi concerne, per decidere se azzardarmi all’acquisto.
E adesso la smetto, perché ho ancora mille cose da ascoltare, un po’ di paranoie da farmi e del tempo da perdere. La pila di CD del 16 Horsepower mi guarda minacciosa... non credo che ne uscirò molto bene: questi sono ascolti che segnano. Per cui se deciderò di incarnarmi in un cazzo di predicatore Bible Belt style non stupitevi più di tanto. Poi mi passa. Lo sapete come sono fatto… mi date 3 accordi, un testo un po’ demente e io parto in quarta.
Fanculo.
ovvero: rumori, lettere e tutte le altre cose
E’ passato del tempo dall’ultima volta che ho lasciato un segno da queste parti. In effetti uno non è che ha sempre cose molto inerenti al rock’n’roll da scrivere. Anche perché il rock’n’roll te lo vivi, più di ogni altra cosa, e certi giorni è molto rock’n’roll anche solo uscire di casa con quella certa camicia nera o quel giubbotto sfondato... tutte faccende di cui qua sopra non mi sembrava giusto parlare. Ad ogni modo, passiamo alle cose serie. Buoni dischi e manufatti di vario genere si sono accumulati in questa incasinatissima stanza. Roba che scopa il cervello e mette a 90° l’anima. E quando dico a 90° intendo proprio quello, mica parlo di temperatura. Iniziamo con un gustoso giocattolino rinvenuto nell’usato (anche se uscito da poco) in un negozio di questo letamaio: IGGY POP & THE STOOGES back to the noise (Revenge, 2003, 2CD) ovviamente Bush non diventerà più furbo, Berlusca non creperà all’istante, Bin Laden non verrà sodomizzato a morte da un muflone Iracheno e Fini non verrà rinchiuso in un gulag dopo l’uscita di questo disco... certo: non cambierà di sicuro il mondo. Però a volte – per quanto stupido – sapere che ogni anno o quasi ci sarà un bootleg degli Stooges nuovo ad aspettarti in qualche negozio di dischi è una certezza da coltivare con amorevole dedizione. Diciamo che è ormai un valore da avvicinare a famiglia, amicizia, amore e sterminio. Quindi saluto con la mano sul petto l’ennesimo tassello della discografia dell’Iguana che, anche non presentandoci alcunché di nuovo, scalda sempre un po’ il cuore.
Dopo gli Stooges, vado ancora sul sicuro, dato che vi vorrei segnalare un libro da non trascurare. LEXICON DEVIL di B. Mullen, D. Bolles & A. Parfrey (Feral House, 2002, 294 pg.): qualche gagno pischello si sarà domandato che razza di libro è quello che in un paio dei più recenti video dei Red Hot Chili Peppers viene più volte mostrato. Risposta: è proprio questo. Ossia la biografia di una delle icone del punk americano, nonché uno dei testimonial della seconda ondata del "vivi veloce, sentiti una merda e muori giovane". Per me i Germs sono sempre stati un mezzo enigma. Comprai il loro LP (leggendo il libro scoprirete anche l'inghippo che sta dietro al titolo e saprete finalmente che "(GI)" non è il titolo, ma faceva parte del nome della band, almeno negli intenti iniziali) nel lontano 1985, quando era ormai vecchio di 3 anni: una stampa di quelle italiane, su Expanded Music, senza inserto. Nella mia ignoranza di adolescente riuscii a farmi piacere solo un brano all'epoca; e per un bel po' i Germs, nel mio database mentale, furono "quelli di Richie Dagger's crime". C'era qualcosa che mi sfuggiva in loro: erano contemporaneamente sgangherati e compatti... e quella voce, che tagliava dentro, ma dopo 5 o 6 brani diventava un raglio fastidioso. Ebbene, sì: per anni non sono riuscito ad ascoltare questo disco senza annoiarmi alla fine del lato A. Poi, verso i 20 anni, in pieno trip per le icone autodistruttive e autodistruggenti della storia del punk, rivalutai Darby Crash, in quanto paladino dell'eroina e del mal di vivere. Sul suo conto circolavano leggende tipo: "si è fatto un'overdose e ha scritto sul muro davanti a cui è morto qui giace Darby Crash"... immaginate che razza di impatto potevano avere queste faccende da bohemienne a buon mercato su un ragazzotto di periferia come me. In questo tomo – alla mia veneranda età – ho trovato tutto quello che avrei voluto sapere su Darby. E forse anche un po’ di più... perché quando un icona ti viene sostanzialmente sezionata sotto agli occhi, un po’ perde la sua valenza sacrale. Quello che resta, dopo la lettura di “Lexicon devil”, è un senso appiccicoso di fastidio, un’ombra di cupezza.Per quasi 300 pagine si vivono gli anni ’70 di Los Angeles, fatti di comunità Scientology, scuole alternative, famiglie disgregate, glam rock, punk che nasceva, droga, omosessualità repressa e vita borderline. Non certamente un libro all’insegna dello svago e della spensieratezza. Ma grande.
E poi... e poi un altro calcio in faccia, metaforicamente dispensato dal volume WE GOT THE NEUTRON BOMB, di M. Spitz e B. Mullen (Three Rivers, 2001, 296 pagine), in cui si ripercorre – in puro stile “Please kill me” – la storia della scena punk californiana e losangelena. Classico libro da comodino, da tenere a portata di mano e da cui pescare brani e perle illuminanti nei momenti di necessità… insomma, un po’ tipo “Bibbia”, solo leggermente meno movimentato (qui nessuno manda diluvi universali o piaghe d’Egitto… anche se in molti si crocifiggono e si immolano).
Proseguendo, mi trovo in mano un bootleg che nemmeno sapevo di avere. CRAMPS live at Brixton Academy 25/02/1990 e – anche se per un momento mi maledico perché non è possibile avere dei dischi in casa e non saperlo – mi crogiolo ampiamente nell’ascolto di questo manufatto. Un bel live teso e ben registrato, con gustosi siparietti di Lux interior (cito: “Questo brano lo abbiamo registrato qualche anno fa, da qualche parte, in stato di ubriachezza pesante. Infatti nemmeno mi ricordo di averlo fatto”). Nel 1990 i Cramps non erano certamente all’apice della loro carriera, anzi… diciamo che erano in un periodo piuttosto buio. Eppure dischi come questo testimoniano che il loro cuore di rocker era ben vivo e pulsante. Ascolto, godo e mi viene voglia di prendere la Les Paul in mano.
Siccome non posso ignorare totalmente ciò che esce attualmente (anche se m sembra di riuscirci piuttosto bene e senza sforzo, quando mi ci metto), ecco che mi sono scaricato (in via del tutto cautelativa, onde evitare pacchi da 20-22 Euro) VON BONDIES pawn shoppe heart (Sire, 2004, CD). Titolo spettacoloso, tanto per cominciare. Il gruppo già mi piaceva molto, soprattutto per merito del fulminante “Lack of communication” uscito su Sympathy un paio d’anni orsono... eppure devo dire che questa loro nuova fatica mi convince poco, al momento. Non è un brutto disco, chiariamo. Però, forse, parto già prevenuto per il fatto che a me i CD masterizzati sembrano oggetti senza arte né parte, quindi mi danno il voltastomaco a priori. Se me lo fossi comprato, con la sua copertina, la sua custodia, il suo booklet colorato (ammesso e non concesso che tutto ciò ci sia nella confezione originale: se non ricordo male nella versione LP di “Lack of communication” non c’era una beatissima cippa di mulo) mi avrebbe fatto un effetto differente? Ad ogni modo... questi Von Bondies versione Anno Domini 2004 sono leggermente più radio friendly e un filo meno scuri, anche se hanno degli ottimi momenti di genio maledetto, come nella fantastica “Poison Ivy”(che pare sia dedicata a Jeffrey Lee Pierce e non alla chitarrista di chi sapete voi – e se non lo sapete andatevene immediatamente da qua, per favore), un torrido punk blues alla Gun Club, in cui la voce richiama ampiamente quella dello scomparso Pierce. Da sentire ancora un po’ di volte, per quanto mi concerne, per decidere se azzardarmi all’acquisto.
E adesso la smetto, perché ho ancora mille cose da ascoltare, un po’ di paranoie da farmi e del tempo da perdere. La pila di CD del 16 Horsepower mi guarda minacciosa... non credo che ne uscirò molto bene: questi sono ascolti che segnano. Per cui se deciderò di incarnarmi in un cazzo di predicatore Bible Belt style non stupitevi più di tanto. Poi mi passa. Lo sapete come sono fatto… mi date 3 accordi, un testo un po’ demente e io parto in quarta.
Fanculo.
mercoledì, aprile 28, 2004
HEY DEVIL
Manco da un po'... è che ho avuto più stimoli per scrivere in Jaded Eyes ultimamente.
Ad ogni modo... ieri sera ho ricevuto una mail geniale. Cito:
ciao
mi sto avvicinando ai gun club
e volevo sapere come erano
li definiscono portatori di un rock blues diabolico
diabolici per i loro testi irriverenti e folli o perchè hanno il culto di satana?
cmq la loro musica mi sembra grande
t prego rispondi
ciao p****a
(laddove p****a è un nome femminile da massaggiatrice max riservatezza e igiene)
E io cretino che ho anche provato a risponderle. Dopo sei parole già mi giravano le palle. Così ho tagliato corto.
Che poi potrebbe essere anche uno scherzo... anzi, è uno scherzo. Dai. Non ci credo che una ragazzina così, al massimo da Marylyn Manson o Avril Lavigne si possa avvicinare ai Gun Club. Mi rifiuto di crederlo.
Aborro.
Lo vieto.
Manco da un po'... è che ho avuto più stimoli per scrivere in Jaded Eyes ultimamente.
Ad ogni modo... ieri sera ho ricevuto una mail geniale. Cito:
ciao
mi sto avvicinando ai gun club
e volevo sapere come erano
li definiscono portatori di un rock blues diabolico
diabolici per i loro testi irriverenti e folli o perchè hanno il culto di satana?
cmq la loro musica mi sembra grande
t prego rispondi
ciao p****a
(laddove p****a è un nome femminile da massaggiatrice max riservatezza e igiene)
E io cretino che ho anche provato a risponderle. Dopo sei parole già mi giravano le palle. Così ho tagliato corto.
Che poi potrebbe essere anche uno scherzo... anzi, è uno scherzo. Dai. Non ci credo che una ragazzina così, al massimo da Marylyn Manson o Avril Lavigne si possa avvicinare ai Gun Club. Mi rifiuto di crederlo.
Aborro.
Lo vieto.